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Li vediamo ogni mattina in doppia fila davanti a un negozio, infilarsi nei centri storici, fermarsi per pochi minuti davanti a un portone. Poi ripartono e spariscono nel traffico. Il furgone è così: sempre presente, raramente protagonista. Eppure l’Europa economica viaggia anche sulle sue quattro ruote.
I numeri raccontano una storia molto più grande della carrozzeria bianca parcheggiata sotto casa. Nel primo semestre del 2026 nell’Unione Europea sono stati immatricolati 742.759 van, con una crescita dell’1,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato positivo, ma non uniforme: la Spagna è salita del 7,9%, mentre Italia, Germania e Francia hanno chiuso in calo. Il mercato rallenta in alcuni territori, ma il ruolo del veicolo resta centrale.
Per capire perché basta osservare cosa c’è dietro una giornata normale. Un van può consegnare pacchi, portare materiali in cantiere, trasformarsi in officina mobile, accompagnare un tecnico, trasportare prodotti refrigerati o diventare un mezzo per i servizi di emergenza. Non è semplicemente un veicolo commerciale: è uno spazio di lavoro che si muove.
La macchina del lavoro
Secondo i dati disponibili sul parco europeo, sulle strade dell’Unione circolano oltre 30 milioni di van. Quasi la metà si concentra in Francia, Italia e Spagna. L’età media è di 12,5 anni, un valore che dice due cose allo stesso tempo: il furgone è indispensabile e il rinnovo del parco procede lentamente.
La ragione è economica, prima ancora che tecnologica. Per una piccola impresa il van non si compra per desiderio, ma per produrre reddito. Ogni giornata di fermo può significare un cantiere rinviato, una consegna saltata, un cliente perso. Per questo il costo totale di utilizzo pesa più dell’effetto novità: consumi, manutenzione, assicurazione, affidabilità e capacità di carico devono stare dentro lo stesso bilancio.
È qui che il van diventa l’ossatura della logistica europea. L’ultimo miglio non è soltanto quello dei grandi operatori dell’e-commerce: riguarda il panettiere che rifornisce i punti vendita, l’elettricista che porta attrezzi e componenti, il corriere locale, l’azienda agricola, il servizio di assistenza e migliaia di attività che lavorano lontano dai riflettori.
Durante le prove e le giornate passate a osservare il mondo dei veicoli commerciali, la differenza rispetto a un’auto emerge subito: qui non si valuta soltanto come va il mezzo, ma quanto lavoro riesce a far fare senza interrompere il lavoro di chi lo usa. È una prospettiva meno spettacolare, ma molto più concreta.
L’elettrico non può essere una copia dell’auto
La transizione energetica dei van è partita, ma procede a una velocità diversa rispetto a quella delle autovetture. Nei primi sei mesi del 2026 le immatricolazioni di van elettricamente ricaricabili sono cresciute del 41,6%, raggiungendo il 13,2% del mercato europeo. È un passo avanti importante, ma il diesel conserva ancora il 79,1% delle nuove immatricolazioni.
Il motivo non è soltanto culturale. Un van lavora spesso per molte ore, trasporta carichi variabili e deve rientrare in deposito quando serve, non quando la batteria lo consente. La ricarica notturna può essere utile, ma non basta sempre: servono infrastrutture nei depositi, colonnine rapide accessibili durante il giorno e una rete affidabile lungo i percorsi professionali.
Poi c’è il carico utile. Una batteria più grande può aumentare l’autonomia, ma anche aggiungere peso e ridurre la capacità di trasporto. In alcuni casi può avvicinare il veicolo a soglie regolamentari più impegnative, con conseguenze sull’uso quotidiano e sui costi. Per un’impresa, perdere volume o portata non è un dettaglio tecnico: è perdere efficienza.
Per questo l’elettrificazione dei van non può essere una semplice copia di quella delle auto. Servono veicoli adatti ai turni reali, incentivi coerenti, tempi di ricarica compatibili con il lavoro e regole che tengano conto delle esigenze delle flotte professionali. L’offerta, intanto, si è ampliata: sul mercato europeo sono già disponibili oltre 70 modelli elettrici, destinati a impieghi diversi.
Il mezzo che tiene insieme l’Europa
Il paradosso è evidente: i van rappresentano quasi l’80% delle vendite di veicoli commerciali, ma ricevono meno attenzione dei grandi camion e delle automobili. Sono numerosi, frammentati tra milioni di imprese e spesso acquistati senza clamore. Il loro impatto, però, è sistemico.
Se il furgone si ferma, si ferma una parte della città. Se non arriva il ricambio, il tecnico non può chiudere l’intervento. Se il mezzo non ha autonomia sufficiente, la consegna successiva diventa un problema. La logistica europea non è fatta soltanto di autostrade, hub e grandi flotte: è costruita anche su una moltitudine di van che collegano l’ultimo magazzino all’ultimo cliente.
Il futuro del settore dipenderà quindi dalla capacità di accompagnare il rinnovo del parco senza scaricare tutto il peso della transizione sulle piccole e medie imprese. Il van invisibile, in realtà, è davanti agli occhi di tutti. Semplicemente, ci siamo abituati a considerarlo parte del paesaggio. Ed è proprio questo il segnale più chiaro della sua importanza.
